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L’ipogeo ai giorni nostri

Fotografie > Ipogeo Celtico di Cividale

L'ipogeo ai giorni nostri


L'ipogeo celtico è costituito da una camera centrale piuttosto alta , alla quale si giunge scendendo per una ripida scaletta, della quale sono rimasti originali gli ultimi gradini.(?)
Da questa camera centrale si dipartono tre corridoi ad altezza uomo, brevi ma discretamente tortuosi. Scavati nella roccia, così come tutto l'ipogeo,troviamo due piccoli pilastri d'ornamento e dei bancali; si allineano lungo le pareti numerose nicchie e loculi.
A questo punto occorre aprire una breve parentesi riguardo i costumi funerari dei Celti.
Questi, dopo un periodo in cui inumavano i cadaveri, iniziarono ad incenerirli; ciò che rimaneva veniva raccolto in urne di cotto e posto in tombe delimitate spesso da semplici lastre di pietra.
Nel caso dell'ipogeo, creato probabilmente per ospitare i resti di personalità prestigiose, le urne venivano poste proprio nelle nicchie scavate nella roccia.
Ad accentuare il carattere funerario del luogo vi sono tre mascheroni deformi in pietra; secondo l'ipotesi celtica essi sono dei tentativi di ritratti funebri e andrebbero associati alle analoghe manifestazioni presenti in tombe celtiche della Francia Meridionale, chiamate anche tetes coupées.
Dai segni nella roccia è evidente che le maschere e le nicchie furono scavate con un'ascia nello stesso periodo; i segni invece presenti nei loculi ed in altre piccole modifiche sono attribuibili all'uso di un piccone in un'epoca seguente.
In periodo romano lo stesso ipogeo divenne sede delle carceri, in cui venivano rinchiusi solamente i colpevoli dei reati più gravi.
Le nicchie nelle pareti vennero usate per depositarvi il pane e l'acqua ; i diversi sedili e la presenza di buchi e ancora oggi, di anelli fissi nelle pareti(?) fanno presupporre che i prigionieri fossero condannati, in maniera diversa, o a stare in piedi o seduti, legati a catene fisse al muro.
In una delle stanze è visibile un'apertura superiore, chiamata latus o barathrum, dalla quale venivano gettati dentro i prigionieri, spesso costretti a morire di fame.
Esisteva anche ,all'interno dell'ipogeo, una foro che si apriva sul Natisone, dal quale i prigionieri potevano essere gettati direttamente nel fiume.
Si ritiene inoltre che lo spazio, ora ridotto a giardino, presente subito all'esterno dell'ipogeo, fosse collegato tramite una porta alle carceri stesse. Questa area si suppone fosse una stanza destinata al Magistrato, come testimonia un mosaico da essa estratto raffigurante Diana; la porta di collegamento permetteva al prigioniero di essere introdotto davanti al Magistrato senza dover uscire dalla prigione.

Conclusioni


Come già sottolineato molte sono le ipotesi fatte circa l'utilizzo dell'ipogeo e la sua datazione; resta il mistero avvertibile scendendo nei suoi cunicoli, osservando le ombre che si insinuano tra le fessure della roccia sotto lo sguardo eterno dei mascheroni.


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